La rete del Network si amplia, con noi anche il Co.P.E. – Cooperazione Paesi Emergenti, associazione attiva dal 1983 a Catania, abbiamo raggiunto per una breve intervista Michele Giongrandi, Presidente e fra i fondatori della ong.
Se dovessi in poco tempo raccontarci la filosofia e la pratica del Cope nei paesi emergenti?
La priorità è lavorare con le realtà locali dei Sud del mondo- dalle diocesi alle associazioni laiche, dai governi ai villaggi – per avviare un percorso comune che faccia crescere capacità e competenze e che dopo anni metta queste realtà in condizione di gestire in autonomia i progetti, utilizzando le loro proprie risorse per ottenere un futuro migliore. Siamo impegnati soprattutto negli ambiti della salute e disabilità, agricoltura, tutela dell’infanzia e diritto allo studio, cambiamenti climatici e migrazioni. Abbiamo un’impronta di ispirazione cristiana, che nel 1983 diede il via alla nascita del Cope, ma il nostro approccio è di grande apertura e rispetto per il “diverso”; per noi prima di tutto viene il rispetto dei diritti umani!
Quali sono state le maggiori conseguenze del Covid sui vostri progetti e qual è stata la vostra risposta?
Abbiamo dovuto rivedere tutto, sia in Italia che all’estero dove, in alcuni paesi in cui siamo presenti, è stato imposto il rimpatrio dei nostri cooperanti. Abbiamo cambiato alcune impostazioni e riconsiderato le priorità sanitarie oltre ovviamente ad attivare i protocolli di sicurezza necessari in tutti i progetti anche quelli scolastici. In Italia, specialmente in Sicilia dove abbiamo 2 sedi, abbiamo sperimentato nuove azioni mai realizzate prima, rispondendo ai bisogni sociali forti espressi dal territorio. Un esempio concreto è la raccolta e la distribuzione di generi alimentari e per l’igiene, denominata “condominio solidale”, avviata dalla nostra Vice Presidente Renata Cardì – che mi fa piacere ricordare ha ha vinto il Premio Focsiv 2020 come volontaria nel periodo Covid-19 – sul territorio di Catania città, che tutt’ora prosegue, ma anche con me sul territorio calatino.
Rispetto a queste vostre attività a Catania e dintorni, come siete stati percepiti in questi anni recenti in cui è stato a volte anche feroce l’attacco alle ong?
Da sempre lavoriamo nelle scuole della città etnea con molte situazioni di disagio e certamente negli anni Novanta era più facile avere, come dire, ‘apprezzamenti’ quando sensibilizzavamo sulle disparità tra Nord e Sud del Mondo. Le guerre mediatiche alle Ong hanno sicuramente seminato diffidenza, ma mentre molte famiglie e giovani che arrivano da situazioni disagiate si sono ritrovate in quei disagi raccontati, i semi del dubbio sono invece sbocciati nella media borghesia, che negli ultimi anni ha raccolto maggiormente le provocazioni contro il nostro operato.
Siete parte integrante di Focsiv e ora entrate nel Network, cosa significa per il Cope fare rete?
Fare cooperazione, fare rete significa lavorare sprecando meno energie e riuscire ad essere più incisivi, consapevolezza che ho tratto sin dal mio primo viaggio in Tanzania nel 1988: il confronto è fondamentale, anche per non ripetere errori già fatti. Significa soprattutto creare la solidarietà necessaria per un mondo migliore.
Tu sei un ostetrico, rispetto al tema della salute globale, quali sono le 3 azioni che andrebbero fatte subito.
La prima è un’equa distribuzione delle risorse: se i vaccini dovessero diventare appannaggio solo dei paesi con più mezzi economici, vuol dire che non abbiamo tratto alcuna lezione da questa pandemia globale non solo geografica ma anche sociale; la seconda è intendere la prevenzione come punto cardine per raggiungere la salute globale; infine è necessario ripensare i livelli assistenziali e la medicina di base, su cui, ad esempio, l’Africa sta lavorando molto di più del nostro paese. Da quando è stato introdotto il termine “azienda” nella politica dell’ambito sanitario del nostro paese, negli ospedali è sorto un problema: la salute non produce profitto o introiti, deve produrre soltanto benessere per tutta la popolazione.
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