Maria Paola Crisponi

Maria Paola Crisponi

Roma 11 giugno 2020

di Barbara Bonomi Romagnoli

 

Dalla Sardegna alla Giordania, passando per il Guatemala, la Tunisia, il Marocco e la Palestina: negli ultimi anni questa è stata la traiettoria di Maria Paola Crisponi, cooperante e rappresentante paese per Aidos, da poco rientrata a Nuoro, da dove prosegue il suo lavoro da remoto.

 

Quale progetto stavi seguendo quando è arrivato il Covid19 in Giordania?
Insieme a Noor al Hussein Foundation (NHF)/Institute for Family Health (IFH) e Medici per la Pace, per Aidos coordino un progetto per aumentare l’autonomia di persone con disabilità ad Amman e Zarqa. Lavoriamo presso due cliniche che sono aperte a tutta la popolazione giordana e agiamo su più livelli: formazione dello staff, con particolare attenzione su disabilità e genere, ma anche fornitura di strumenti medici e di sostegno – apparecchi acustici, occhiali per persone con disabilità visiva, stampelle, sedie a rotelle; poi ci sono servizi specialistici come logopedia, fisioterapia, servizi per disturbi legati all’udito e alla vista. L’approccio di genere è a 360 gradi e questo ha significato in questi mesi anche intercettare donne a rischio violenza.

Il Covid ha bloccato tutto? Come ha reagito il paese?
È stato tutto molto improvviso, ma la Giordania così come il Libano è corsa subito ai ripari. Dal 16 marzo sono scattate misure restrittive molto forti, con l’esercito in strada, nessuno poteva muoversi o lasciare il paese. Il governo era consapevole di non avere strutture sanitarie forti e di avere situazioni molto a rischio come i campi profughi dove sono invece riusciti a contenere il virus. Stanno riaprendo piano piano. Su noi cooperanti l’impatto è stato molto forte, era la prima volta che mi trovavo in una situazione del genere e penso un po’ tutti.

Che effetto ti ha fatto vedere l’Italia dalla Giordania?
A me ha fatto molta impressione, era come se tutto stesse precipitando. Con l’ansia di avere famiglie e affetti lontani. Per il Governo giordano l’Italia è stata un esempio, vedendo quello che accadeva in un paese che per loro è un modello positivo con un sistema sanitario solido, si sono spaventati molto e hanno agito velocemente.

Che conseguenze ha avuto il lockdown sulla popolazione giordana?
Come hanno evidenziato le Nazioni Unite c’è stato ovunque un aumento di violenza sulle donne, anche in Giordania ha pesato la chiusura, soprattutto per le donne con disabilità di diverso tipo. È stato avviato appena possibile un servizio di sostegno a distanza ma non ha raggiunto tutti i casi.

Cosa può fare ora la cooperazione in questa nuova fase?
Sicuramente si lavorerà per potenziare i dispositivi di protezione, aumentare i servizi per le fasce di popolazione più vulnerabili e alternative al servizio in presenza, se sarà necessario continuare a lavorare in remoto.

La Giordania accoglie migliaia di rifugiate/i, quale è la situazione per loro?
Dal 2011 è aumentato tantissimo l’intervento della cooperazione internazionale proprio in relazione alla crisi siriana e ai tanti profughi arrivati da lì. Per le siriane e siriani ci sono molti fondi e molti programmi attivi, è più problematico per chi arriva dal Sudan, dall’Iraq e da altri paesi. In alcuni casi, come per le ragazze irachene cristiane vengono aiutate dalle chiese locali, ma per molte altre persone non ci sono risorse e la loro situazione è molto vulnerabile.