Pubblichiamo un articolo scritto da Peter Wiessner e Johanna Fipp di Action against AIDS Germany, rete tedesca[1] con cui il Network ha un lungo e consolidato rapporto di collaborazione. Non avendo potuto partecipare alla 26esima Conferenza internazionale sull’Aids il Network ha deciso di tradurre il testo come contributo al dibattito in Italia su Hiv e cooperazione internazionale.
La risposta globale all’Hiv si trova a un bivio, influenzata dalla crescente enfasi sulla sovranità nazionale, sui cambiamenti geopolitici e sul riallineamento ideologico. Raramente e mai come oggi i finanziamenti, le cornici politiche e le basi normative della cooperazione internazionale sono cambiati in modo così profondo e simultaneo. Tre fattori stanno guidando questa trasformazione: il riorientamento della politica di cooperazione allo sviluppo statunitense, la riforma dell’architettura multilaterale della salute globale e la crescente richiesta, da parte di molti paesi africani, di una maggiore titolarità nella gestione dei propri sistemi sanitari. Nel Nord globale, questa posizione viene spesso accolta con favore, poiché maschera opportunamente tendenze più ampie alla riduzione della solidarietà internazionale e al disimpegno dalle responsabilità globali. La domanda è: chi sosterrà i costi di questi cambiamenti? Le conseguenze non sono più soltanto oggetto di dibattito politico. Il più recente “PEPFAR Pulse Study”, condotto da amfAR (fondazione impegnata nella ricerca per la cura contro l’AIDS, n.d.r) fornisce i primi dati empirici dell’impatto di tali cambiamenti sui servizi per l’Hiv, sui programmi guidati dalle comunità e sui sistemi sanitari di molti paesi.
Un cambio di paradigma nella politica statunitense sull’HIV sotto l’amministrazione Trump
Con lo smantellamento di Usaid e il trasferimento di gran parte della cooperazione allo sviluppo statunitense al Dipartimento di Stato, l’amministrazione Trump sta adottando un approccio radicalmente diverso: non più considerata principalmente uno strumento di solidarietà globale, bensì e sempre più un mezzo per promuovere gli interessi di politica estera, economici e di sicurezza degli Stati Uniti. Ciò include anche l’assicurarsi l’accesso alle risorse strategiche attraverso lo sfruttamento di minerali e altre risorse naturali.Non è quindi un caso che la strategia del governo statunitense per la salute globale sia stata denominata “America First Global Health Strategy”. Parallelamente, ci si attende che i paesi partner si assumano maggiori responsabilità, rafforzando al contempo le proprie istituzioni .
“Il mondo nuovo” (A. Huxley)
Anche molti governi africani auspicano una maggiore sovranità nazionale e un graduale superamento della dipendenza a lungo termine dai donatori internazionali. Il concetto guida è la “Local Ownership” (titolarità locale) – ovvero il rafforzamento della responsabilità a livello locale e nazionale – un principio cardine della cooperazione allo sviluppo sostenibile.Tuttavia, il rafforzamento della sovranità nazionale non deve essere confuso con una rinuncia alla responsabilità internazionale. Una maggiore titolarità richiede che i sistemi sanitari nazionali vengano rafforzati gradualmente e finanziati in modo sostenibile nel tempo. Eppure, oggi molti paesi con un’elevata incidenza di Hiv non dispongono né dello spazio fiscale né di sistemi sanitari sufficientemente resilienti per compensare, nel breve periodo, la riduzione dei finanziamenti internazionali. La loro capacità di risposta è ulteriormente limitata da alcuni fattori come gli alti livelli di debito pubblico, l’aumento della spesa per l’impatto del cambiamento climatico e le crescenti crisi umanitarie.Il dibattito, dunque, non verte sull’opportunità di rafforzare la titolarità locale, bensì sulle modalità per farlo. Transizioni efficaci richiedono tempo, un’attenta pianificazione e partenariati affidabili. Se gli impegni di finanziamento internazionale dovessero ridursi più rapidamente di quanto i sistemi nazionali possano essere rafforzati, si verificherebbero lacune nell’erogazione dei servizi, con conseguenze immediate per le persone che vivono con l’Hiv, le terapie, i servizi di prevenzione e le infrastrutture sanitarie costruite nel corso di decenni.
Le ideologie politiche di destra stanno rimodellando la cooperazione allo sviluppo
La trasformazione in atto va ben oltre la questione dei finanziamenti. Investe anche le basi politiche e normative della cooperazione internazionale allo sviluppo.Come recita un vecchio detto, “chi paga il pifferaio sceglie la melodia” così chi eroga i fondi stabilisce regole, priorità e decisioni. Il governo statunitense sta sfruttando appieno questa leva di potere: numerose condizioni di finanziamento sono state ridefinite, mentre i programmi incentrati su Diversità, Equità e Inclusione (DEI), uguaglianza di genere e salute e diritti sessuali e riproduttivi (SRHR) sono stati ridimensionati o del tutto esclusi dai finanziamenti. Sono stati inoltre introdotti nuovi requisiti riguardanti il linguaggio e le priorità tematiche dei programmi finanziati. Parallelamente, il concetto di “fioritura umana” (*Human Flourishing*) viene promosso come nuovo principio guida della cooperazione allo sviluppo statunitense. Sebbene il termine rimandi letteralmente al benessere e alla realizzazione delle persone, nell’attuale prassi politica appare sempre più come un eufemismo per giustificare l’abbandono di un approccio basato sui diritti umani. I programmi che promuovono l’uguaglianza di genere, la salute e i diritti sessuali e riproduttivi (SRHR) o il sostegno alle comunità LGBTIQ+ vengono limitati o esclusi dai finanziamenti. Il richiamo alla “fioritura umana” appare dunque paradossale, se non addirittura cinico: in nome di tale concetto, si stanno infatti ridimensionando misure che, com’è dimostrato, migliorano la salute, salvano vite umane e favoriscono l’inclusione sociale.Tornando a ‘Il mondo nuovo’ di Huxley: la società distopica descritta dall’autore non si regge su un’oppressione palese. Al contrario, per legittimare il controllo sociale vengono utilizzati concetti dall’accezione positiva, come felicità, benessere, stabilità e bene comune. Le persone non devono sentirsi oppresse; sono anzi incoraggiate a credere che tutto venga fatto per il loro bene.
“Il Grande Fratello ti osserva!” (G. Orwell)
Secondo molte organizzazioni della società civile, i nuovi requisiti statunitensi stanno creando aree di tabù politico. Numerose organizzazioni segnalano che termini quali “genere”, “uguaglianza di genere”, “LGBTIQ+”, “salute e diritti sessuali e riproduttivi” (SRHR) o “Diversità, Equità e Inclusione” (DEI) vengono rimossi dalle proposte progettuali, dai rapporti e dai documenti strategici – o deliberatamente evitati – al fine di preservare l’idoneità ai finanziamenti. Questa forma di conformità preventiva sta già riconfigurando i programmi ben prima che vengano introdotti eventuali divieti formali.Ciò è particolarmente problematico per la risposta globale all’Hiv. Fin dall’inizio dell’epidemia, i programmi di successo contro l’Hiv sono stati guidati da evidenze scientifiche e dati epidemiologici, non da preferenze politiche o ideologie. Le popolazioni chiave sono oggetto di attenzione prioritaria non per ragioni legate alla politica identitaria, ma perché corrono un rischio significativamente più elevato di infezione da Hiv in quasi tutte le regioni del mondo e subiscono in misura sproporzionata discriminazione ed esclusione dai servizi sanitari ordinari.
Le prime conseguenze sono già visibili: i risultati del PEPFAR Pulse Study
Non sorprende che questi cambiamenti di politica stiano già producendo conseguenze tangibili. Il “PEPFAR Pulse Study” fornisce le prime evidenze sulla loro portata. Lo studio ha analizzato l’impatto dei tagli del 2025 agli aiuti allo sviluppo (Aps) degli Stati Uniti sulla risposta globale all’HIV, raccogliendo informazioni da 166 organizzazioni partner di PEPFAR in 46 Paesi riguardo agli effetti su finanziamenti, personale e servizi per l’Hiv, e confrontando i risultati con i dati ufficiali di spesa di PEPFAR.
Risultati che il governo degli Stati Uniti difficilmente apprezzerà
Oltre tre quarti delle organizzazioni intervistate hanno dichiarato che gli accordi di finanziamento sono stati sospesi o revocati. Almeno 1.700 strutture sanitarie e centri di consulenza sono stati chiusi e più di 16.000 operatori/trici hanno perso il lavoro. Le organizzazioni locali e i servizi gestiti dalle comunità sono stati quelli maggiormente colpiti.I programmi destinati alle popolazioni chiave e gli interventi di prevenzione dell’HIV hanno subito le interruzioni più gravi. Circa tre quarti delle organizzazioni hanno dovuto interrompere definitivamente almeno un servizio rivolto ai gruppi più vulnerabili. Parallelamente, sono stati significativamente ridotti gli interventi di prevenzione comunitaria, il supporto tra pari, le attività di outreach e i programmi di contrasto allo stigma.Lo studio dimostra inoltre che anche il trattamento dell’Hiv ha subito ripercussioni, nonostante fosse ufficialmente escluso dai tagli ai finanziamenti. La terapia non funziona in modo isolato, dipende da un’efficace prevenzione, dal coinvolgimento della comunità, dal supporto psicosociale, dalle capacità di laboratorio e da catene di approvvigionamento affidabili. Quando questi sistemi interconnessi sono indeboliti, l’intero continuum assistenziale inizia a risentirne.
Perché la società civile resta indispensabile
Una delle lezioni più importanti apprese in oltre quarant’anni di lavoro in risposta all’Hiv è che i programmi di successo nascono laddove governi, comunità scientifica e società civile collaborano come partner alla pari.Le organizzazioni guidate dalla comunità raggiungono fasce di popolazione che i sistemi sanitari pubblici spesso non riescono a intercettare, a causa di criminalizzazione, discriminazione o mancanza di fiducia. Esse forniscono servizi di prevenzione, supporto al trattamento, assistenza psicosociale e attività di tutela dei diritti umani. Tali servizi non possono essere semplicemente sostituiti dalle istituzioni pubbliche.Molte organizzazioni africane sostengono quindi con forza l’obiettivo di una maggiore sovranità nazionale, pur mettendo in guardia dal confondere tale titolarità con un venir meno della solidarietà internazionale. La local ownership richiede investimenti a lungo termine e partenariati affidabili, non brusche interruzioni dei finanziamenti.
Una strada sbagliata per la salute e per l’economia
Dal punto di vista economico, la rotta attuale desta altrettanta preoccupazione. La prevenzione dell’Hiv e il trattamento precoce rappresentano alcuni degli investimenti più vantaggiosi in termini di costi nell’ambito della sanità pubblica; ogni infezione da Hiv evitata consente di risparmiare decenni di costi di trattamento.È dunque assai probabile che i tagli a breve termine alla prevenzione e ai servizi comunitari comportino costi molto più elevati a lungo termine, sia per i paesi coinvolti sia per i donatori internazionali.
Conclusioni
L’attuale crisi che investe la risposta globale all’Hiv va ben oltre il semplice dibattito sui finanziamenti. Segna una trasformazione fondamentale della cooperazione internazionale allo sviluppo. A nostro avviso, tale trasformazione dovrebbe essere guidata da quattro principi cardine:
– Il rafforzamento della titolarità nazionale richiede solidarietà internazionale. Una maggiore responsabilità a livello nazionale non deve essere utilizzata per giustificare il ritiro del sostegno internazionale.
– Le politiche di salute globale devono continuare a fondarsi su basi scientifiche e sul rispetto dei diritti umani. Le evidenze epidemiologiche non devono essere sostituite da agende politiche ispirate da motivazioni ideologiche.
– La società civile non è un elemento accessorio, bensì un pilastro dei programmi efficaci contro l’Hiv. Le organizzazioni comunitarie devono continuare a ricevere finanziamenti sostenibili ed essere riconosciute come partner alla pari.
– La risposta globale all’HIV deve continuare ad affrontare le disuguaglianze, la discriminazione e l’iniqua distribuzione delle risorse. .
Il “PEPFAR Pulse Study” dimostra che i cambiamenti in atto vanno ben oltre i singoli progetti: minacciano l’architettura internazionale di lotta all’Hiv, che ha salvato milioni di vite negli ultimi due decenni. La sfida, dunque, non consiste nello scegliere tra responsabilità nazionale e solidarietà internazionale. Una risposta efficace all’Hiv richiede entrambe le cose: sistemi sanitari nazionali solidi e partenariati internazionali affidabili, in cui la società civile, i diritti umani e le evidenze scientifiche mantengano un ruolo centrale. Se gli impegni politici non si traducono in finanziamenti certi, la solidarietà e i partenariati restano promesse vuote. Insieme ai nostri partner Alliance for Public Health (APH) e Global Fund Advocates Network (GFAN), abbiamo lanciato la campagna “Together We Save Lives” per chiedere ai governi di onorare i propri impegni internazionali. Solo se le promesse politiche vengono realmente mantenute è possibile orientare nella giusta direzione la trasformazione in atto nella salute globale – e non verso un “Mondo nuovo” in cui la solidarietà diventa poco più di uno slogan e le promesse politiche perdono di significato.
[1] Action against AIDS Germany è una rete di circa 300 gruppi e organizzazioni tra cui organizzazioni erogatrici di servizi per l’HIV, organizzazioni e chiese protestanti e cattoliche, botteghe del commercio equo e solidale, organizzazioni attive nella cooperazione internazionale www.aids-kampagne.de/about-us
- traduzione dall’inglese a cura del Network italiano Salute Globale
