di Hellen Jasianga*
Tra le molte storie ascoltate facilitando gruppi di supporto per madri nei programmi Pmtct (Prevention of Mother-to-Child Transmission, la prevenzione per la trasmissione verticale mamma – bambina/o con Hiv, n.d.r.), una mi è rimasta impressa: una madre che viveva con Hiv raccontò che, quando il suo bambino compì un anno e si presentò per il test di routine, la struttura era senza Nevirapina (Nvp). Poiché il piccolo era già passato all’alimentazione complementare dopo sei mesi di allattamento esclusivo, il medico le consigliò di interrompere l’allattamento, dato che la profilassi veniva garantita solo ai neonati a più alto rischio per via della carenza del farmaco.
Pur comprendendo il consiglio, la madre ammise di non essere pronta psicologicamente, né di aver preparato il bambino a una transizione così brusca. Durante il gruppo di supporto, raccontò tra le lacrime che, nonostante le indicazioni, a volte aveva continuato ad allattarlo perché piangeva insistentemente e le risultava emotivamente impossibile negarglielo.
Quando il test successivo confermò che il bambino era Hiv-negativo, pianse di sollievo.
Il gruppo festeggiò con lei non per le difficoltà affrontate, ma perché il bambino era rimasto libero dall’Hiv nonostante l’incertezza causata dalla carenza di farmaci.
Ogni giorno incontro madri che percorrono lunghe distanze per garantire ai figli servizi nutrizionali, persone con Hiv che dipendono da cure continue e famiglie che vedono negli operatori comunitari l’unico collegamento con il sistema sanitario.
Per molti, l’accesso alle cure è una questione di vita o di morte. Attraverso programmi su Hiv, salute materno-infantile, nutrizione e Wash (Water, Sanitation, Hygiene n.d.r), ho visto i progressi resi possibili da partnership tra governi, comunità e partner internazionali.
Gli investimenti hanno rafforzato i sistemi comunitari, migliorato l’aderenza ai trattamenti, ampliato i test e avvicinato i servizi ai più vulnerabili.
Oggi, però, questi risultati stanno iniziando a svanire. I tagli all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (Aps), insieme a conflitti, inflazione e crisi globali, mettono sotto pressione sistemi già fragili. Le comunità più vulnerabili affrontano ostacoli sempre maggiori nell’accesso a cure salvavita.
Le conseguenze sono evidenti: diminuisce il personale sanitario in prima linea — medici, operatori M&E (Monitoring and Evaluation, n.d.r), educatori tra pari, madri mentori e consulenti Hiv. Non sono solo ruoli finanziati, ma figure di fiducia che seguono i pazienti, intercettano la malnutrizione e sostengono l’aderenza alle cure. Quando scompaiono, si interrompe la continuità assistenziale e cala la fiducia nel sistema. Si registrano anche carenze di farmaci e forniture essenziali. Dietro ogni mancanza c’è una madre preoccupata, un bambino in attesa o un paziente incerto sul proprio futuro. Anche le attività di sensibilizzazione e outreach si riducono, lasciando ancora più indietro le comunità remote.
Ritirare il sostegno allo sviluppo in questa fase è come aiutare un agricoltore a preparare il terreno, fornire semi di qualità e curare il raccolto fino alla fioritura, per poi abbandonarlo prima del raccolto. Senza supporto in questa fase critica, gran parte dell’investimento e del raccolto va perduta e mesi di duro lavoro vengono sprecati. Stiamo già osservando ritardi nella ricerca di cure, interruzioni dei trattamenti, calo della fiducia nelle strutture sanitarie, carenze di farmaci e un crescente ricorso ad alternative non regolamentate. Questi arretramenti non sono inevitabili: sono prevenibili.
Sappiamo cosa funziona: sistemi comunitari forti, personale formato, strutture supportate e comunità coinvolte. I governi hanno la responsabilità di garantire il diritto alla salute, ma molti Paesi affrontano vincoli finanziari. Servono finanziamenti prevedibili, partnership durature e transizioni graduali.
L’Aiuto Pubblico allo Sviluppo non è solo assistenza: è un investimento in vite, famiglie e comunità resilienti. Le malattie non conoscono confini, e nemmeno il nostro impegno dovrebbe farlo.
Dietro ogni taglio di bilancio c’è una persona reale: una madre, un bambino, un giovane, un anziano. Non perdiamo decenni di progressi. Lavoriamo insieme per proteggere i risultati raggiunti e rafforzare sistemi sanitari sostenibili.
Investire nella salute non è carità, ma un impegno verso il nostro futuro comune. La salute è un diritto fondamentale e proteggerla è una responsabilità collettiva.
*Medicus Mundi Italia – Field Officer in Kenya
